L’AGONIA DI UNA COMMERCIANTE (E DEL COMMERCIO) DELLA VIA GRAMSCI A CARBONIA

Fa sempre un certo effetto ascoltare lo sfogo di chi, nonostante la crisi economica e le difficoltà burocratiche, prova a sollevare la testa nella nostra comunità, rischiando e tentando di realizzare qualcosa in proprio.

Come la coraggiosa quanto giovane madre che ho incontrato ieri nella centralissima via Gramsci a Carbonia (della quale ometto qualsiasi riferimento per rispetto della privacy), letteralmente esasperata per l’andamento della sua attività commerciale; arrovellata fra tasse troppo elevate e le problematiche derivanti da un centro cittadino oramai desolato e, inoltre, dall’atteggiamento del nuovo governo nazionale che invece di adoperarsi per lenire le difficoltà di chi resiste “facendo impresa”, quasi assume un atteggiamento punitivo, criminalizzante e, in alcuni casi, preventivamente censorio.

Mi ha raccontato, questa giovane, con gli occhi lucidi dall’emozione e un pizzico di rabbia, del suo scoramento, della delusione nel lavorare senza sosta e nel non riuscire a vedere i frutti del proprio lavoro a causa della elevatissima pressione fiscale.

Questo mese, ha sussurrato con un filo di voce, al netto delle spese sostenute mi son rimaste in cassa 300 euro. Come si può vivere con 300 euro e contestualmente mandare avanti la propria famiglia? Ho sempre più la tentazione di chiudere ed entrare a far parte della grande platea di persone che percepiscono il Reddito di Cittadinanza..

Un’amara considerazione che non lascia però stupiti: per lavorare gratis, senza portare a casa nemmeno la “pagnotta”, tanto vale non farlo. Si parla tanto (a ragione) di sfruttamento dei lavoratori, cioè dei dipendenti. Ma una partita iva (artigiano o commerciante fa poca differenza) costretta a lavorare senza a guadagnare e con la (perenne) “spada di damocle” dell’agenzia delle entrate sopra la testa che di colpo potrebbe vanificare il lavoro di una vita, non è ugualmente sottoposta a vessazione e in qualche modo a sfruttamento? Certamente sfruttamento non da parte di un caporale o di un proprietario d’azienda irrispettoso delle leggi e della dignità dei propri dipendenti, ma, in un certo senso, si potrebbe dire proveniente proprio dallo Stato; ossia da quell’entità che dovrebbe garantire pari diritti ai suoi cittadini ma che invece..

Dietro a una partita iva, lo dimentichiamo troppo spesso, c’è un lavoratore in carne e ossa che prova a crearsi o a mandare avanti una famiglia.

Ed è pienamente comprensibile anche la provocazione sul Reddito di Cittadinanza, se si pensa che tra coloro che percepiscono l’indennità di sostegno alla povertà assoluta ci sono di sicuro molti espulsi dal mondo del lavoro o davvero impossibilitati (per ragioni di varia natura) a trovare un’occupazione e quindi a mantenersi, ma anche tanti altri che appartengono alla platea dei PVC (poveri volontari cronici) che, dalle conoscenze acquisite e maturate in tema di sotterfugi, trucchi e scorciatoie, per ottenere forme di assistenza e benefici destinati ai meno abbienti, potrebbero contribuire alla stesura di un vero e proprio trattato scientifico.

Inoltre, non mettiamo la testa sotto alla sabbia come gli struzzi, esiste già un mercato nero di prodotti acquistati grazie al RDC. Sembrerà strano, ma, addirittura, grazie a esso, ci sono persone che si iniettano la droga, si alcolizzano e tentano una aleatoria fortuna alle slot machine. 

E ci sono giovani che, a 20-25 anni, invece di mollare gli ormeggi e andare a provare nuove esperienze formative e professionali altrove, si adagiano e ambiscono a ottenere unicamente l’assistenza. 

Per essi, un messaggio pedagogico devastante. 

Nondimeno, non va dimenticato, nel Reddito di Cittadinanza esiste la parte inerente le politiche attive del lavoro. Attendiamo di capire come verrà articolata nella pratica in territori come il nostro ove la domanda di lavoro è gravemente insufficiente e i salari spesso inferiori o paragonabili al valore medio economico dell’assistenza sociale. Ma soprattutto dove esiste un debilitante deficit formativo e scolastico per gran parte di coloro che ambiscono a trovare un lavoro e che quindi sono penalizzati in partenza. 

Nel frattempo attendiamo di capire quando, finalmente, i cosiddetti navigator entreranno concretamente in azione e cosa proficuamente produrranno in tema di avvicinamento fra offerta e domanda di lavoro. Siamo sempre in attesa, fiduciosi..

Naturalmente, lo scrivo a scanso di equivoci e a prova di “webeti”, penso che il RDC sia uno strumento importante per il contrasto della VERA povertà assoluta. Così come lo sono stati e lo sono tutt’ora (ancorché depotenziati dal job act) gli ammortizzatori sociali quando si perde il lavoro. Ma la sensazione è che la sua applicazione (del RDC intendo) sia stata fin qui iniqua. Oltretutto sono molti i casi di coloro che hanno una condizione economica realmente compromessa e non riescono a ottenerlo o lo ottengono solo parzialmente. Certamente andrà migliorato.

In ogni caso, tornando al concetto iniziale, mi domando: perché una persona come la giovane commerciante, reale oggetto di questa riflessione, dovrebbe continuare a sacrificare, intraprendere e, soprattutto, rischiare di schiantarsi, se, molto tranquillamente, potrebbe essere assistita?

Per orgoglio e dignità, di sicuro. Per provare a guadagnare meglio e più. Ma quando ogni mese, asfissiati dalle tasse e affranti dal numero di clienti sempre minore o a capacità di spendita ridotta, non si riesce a sbarcare il lunario, cosa si può fare con l’orgoglio e la dignità? Mangiarli o utilizzarli come moneta di scambio? Certamente no, questo non è possibile.

E (domanda retorica) se la Costituzione sancisce, all’articolo 53, un principio fondamentale: ovvero che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, siamo davvero sicuri che le tasse, dirette e indirette, pagate dalla commerciante di via Gramsci siano eque e, soprattutto, realmente rispondenti ai principi fissati nel dettato costituzionale?

Tuttavia, andando oltre i concetti sopra espressi, anche per ampliare la sfera del ragionamento, è evidente che le problematiche del centro cittadino sono, inoltre, riconducibili all’assenza di clienti. 

Un po’ perché si è persa l’abitudine a uscire di casa e fare due passi per svagarsi od effettuare le proprie compere; da molto tempo ormai si scelgono unicamente i più comodi e allo stesso tempo fuorvianti centri commerciali dove si trova di tutto e a buon prezzo. Nei quali, però, si diventa ingranaggi del sistema consumistico a scapito, talvolta, della qualità e dei rapporti umani tra venditori e clienti. Ossia quel genere di rapporti che ti aiutano a stringere (quelle sempre più sconosciute) relazioni e a conoscere ed apprezzare un prodotto prima ancora che finisca nel carrello della spesa e quindi sulle tavole, nei cassetti o sugli armadi.

Un altro po’, invece, perché con la chiusura delle grandi realtà produttive del territorio e il conseguente contraccolpo economico su tutti gli altri settori, si sono persi negli anni molti posti di lavoro. E di conseguenza è venuta meno la capacità di spendita per molte famiglie obbligate a risparmiare nell’acquisto di prodotti; spesso anche quelli di prima necessità. 

Orbene: meno lavoro, meno soldi e dunque meno consumi.

Tesi veritiera, ma solo fino a un certo punto in realtà. Perché basta andare in grosso un centro commerciale cagliaritano la domenica per accorgersi che è pieno di cittadini di Carbonia (e del territorio) che acquistano di tutto e pranzano nei ristoranti. Spendono a Cagliari i propri soldi, invece che farlo a Carbonia.

Esistono, dunque, coloro che hanno disponibilità economica. Perché lo fanno? Perché preferiscono spendere altrove? 

È semplice: perché a Carbonia è tutto chiuso. Perché non ci sono servizi di intrattenimento e attrattive allettanti per le famiglie, in particolare proprio il fine settimana. Perché frequentare il centro di Carbonia non è più appassionante.

E qui entra nuovamente in gioco, ancora una volta, la politica. Cosa si è realizzato di concreto negli ultimi anni per rivitalizzare il centro cittadino e la via Gramsci? Oltre le estemporanee manifestazioni di intrattenimento e/o culturali e il “Nottinsieme” d’estate?

Il centro cittadino è o dovrebbe essere per la città il cuore pulsante, il suo tratto distintivo; la sua storia, le sue radici e quindi la sua anima. 

E non, come a Carbonia, purtroppo, l’emblema della decadenza…

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